Care socie e cari soci, simpatizzanti di FIAB L’Aquila,

mentre ci avviamo verso il nuovo anno, voglio condividere con voi alcune riflessioni sul senso profondo del nostro lavoro quotidiano. Perché quando chiediamo una ciclabile, quando organizziamo un presidio o un evento, quando firmiamo una lettera o una petizione, stiamo lavorando per qualcosa di molto più grande della semplice mobilità ciclistica.
Stiamo provando a generare una nuova urbanità, non più solo rigenerazione urbana: si chiama urbanogenesi

Non è solo questione di piste ciclabili
Il mio interesse per la mobilità ciclistica è nato quasi per un fatto personale. Volevo pedalare sicuro, volevo che si potesse andare al lavoro in bici senza rischiare la vita, volevo respirare aria più pulita, salvaguardare la mia salute e risparmiare un po’ di soldi. Tutte ragioni validissime, per carità.
Ma in realtà io, voi, tutti noi stiamo lavorando per qualcosa di più grande cioè provare a generare nuova urbanità: non è una frase da convegno, ma il motivo per cui certe città ti fanno venire voglia di uscire di casa e altre no.
Urbanità è quando esci per andare al panificio e ti fermi a chiacchierare con qualcuno. È quando tua figlia può girare in bici nel quartiere e tu non stai col cuore in gola. È quando la piazza davanti a scuola è piena di bambini che giocano, non di SUV in seconda fila con il motore acceso.

La città in cui siamo intrappolati
L’urbanistica del Novecento ha fatto una scelta precisa: “Potete avere casa, ufficio, servizi come volete, purché siano dove ho deciso io, separati tra loro, così dovrete usare l’auto”.
È questo il punto.
Non è che “la gente ama l’auto”, come indurrebbe a pensare la pubblicità. È che viviamo in una città progettata per renderla indispensabile: casa in un posto, lavoro in un altro, scuola da un’altra parte ancora, palestra chissà dove.
Il bello (si fa per dire) è che questa città l’abbiamo ereditata. Nessuno di noi l’ha voluta così. Ma continuiamo a viverci come se fosse l’unica possibile. Come se i nostri figli fossero condannati a vivere nella città dei loro bisnonni.

Lo spazio restituito ai cittadini
Penso alle esperienze di altre città europee, come le Superilles di Barcellona. All’inizio togliere le auto da alcune strade destò reazioni furiose. Poi è successo qualcosa: le persone hanno capito che quello spazio non era “tolto” a loro, ma “restituito” a loro. La strada è diventata un’estensione della casa, una stanza in più, un cortile dove far giocare i bambini, un posto dove cenare con i vicini d’estate.
Ecco perché insisto tanto sulle zone 30, sulle strade scolastiche, sulle ciclabili di quartiere. Non è ideologia anti-auto. È che voglio quella stanza in più e che il mio quartiere sia un posto dove si vive, non solo dove si dorme e si parcheggia.

Il coraggio di osare: il surplus di offerta
Una lezione fondamentale dall’urbanistica contemporanea: bisogna partire con un surplus di offerta. Negli anni ’70 Lione ha iniziato a fare la metro per 3 milioni di abitanti quando ne aveva 700.000. Follia? No, visione.
Quante volte ci siamo sentiti dire: “Ma in pochi vanno in bicicletta per giustificare una pista ciclabile”. Certo che non ci sono! Perché dovrei andare in bici in una città ostile, pericolosa, progettata per le auto?
La ciclabile non arriva quando ci sono i ciclisti. I ciclisti arrivano quando c’è la ciclabile. Amsterdam non è nata ciclabile, l’hanno costruita pezzo per pezzo, con coraggio, a volte cambiando, ma andando avanti.
Quando chiediamo una rete ciclabile ambiziosa, non stiamo sognando. Stiamo chiedendo quella condizione minima perché il cambiamento possa avvenire.
Stiamo chiedendo di poter scegliere.

Sperimentare senza paura
Quando proponiamo un’urbanistica tattica – murales sulle strade, fioriere che creano corsie ciclabili, quei “tactical urbanism” che sembrano un po’ arrangiati – non stiamo facendo i pressappochisti. Stiamo sperimentando dicendo: “Proviamo, vediamo se funziona, poi decidiamo”.
Un intervento tattico è pregevole. Cento interventi tattici connessi sono una strategia. Ecco perché non dobbiamo mollare. Ogni piccola conquista – una zona 30, una strada scolastica, una ciclabile di quartiere – non è isolata. Fa parte di un disegno più grande.

La città che vogliamo vivere
Quando immagino la città che voglio, penso a un posto dove posso muovermi con fluidità. Dove ogni tragitto può diventare un’esperienza. Dove lo spostamento non è tempo morto ma tempo di vita.
La bici è perfetta per questo.
Non è solo un mezzo per andare al lavoro. È il modo in cui esploro il quartiere, scopro quel bar nuovo, mi fermo a parlare con un amico, cambio strada all’ultimo perché ho voglia di passare dal parco. La bici mi permette di vivere la città in modo poroso, non lineare. E lo stesso vale per il trasporto pubblico: autobus e mezzi collettivi che ci permettono di attraversare la città rimanendo parte di essa, incontrando persone, guardando fuori dal finestrino, vivendo lo spazio urbano.
L’auto invece ti intrappola in percorsi fissi. Casa-lavoro-casa. Casa-supermercato-casa. Sei dentro una bolla di metallo che attraversa la città senza viverla. Senza parlare dei soldi che ci fa spendere per comprarla, mantenerla ed usarla.

Perché continuiamo
Nessun giovane oggi vorrebbe vivere nella casa dei nonni, eppure li costringiamo a vivere nella città dei bisnonni.
Ecco perché non mollo, perché non molliamo. Perché non voglio che le nostre figlie e i nostri nipoti vivano nella città progettata per i nostri nonni. Non per nostalgia al contrario, ma perché il mondo è cambiato, le esigenze sono cambiate e la città deve cambiare con noi.
Quando vi chiedo di partecipare ai nostri eventi (e quest’anno ne abbiamo organizzati tanti!), quando organizziamo l’ennesima iniziativa che può sembrare ripetitiva, non è perché siamo fissati con le bici.
È perché vogliamo generare urbanità. Vogliamo una città che sia viva, accogliente, desiderabile. Una città dove ci si incontra per strada, non solo sui social. Dove i bambini giocano nelle piazze, non solo nelle aree recintate. Dove lo spazio pubblico è davvero pubblico, non un parcheggio a cielo aperto.

Il nostro impegno per il nuovo anno
Nel 2026 FIAB L’Aquila continuerà a perseguire con determinazione obiettivi concreti di mobilità ciclistica, con grande attenzione agli utenti vulnerabili della strada – pedoni e ciclisti – e al trasporto pubblico. Ma l’obiettivo generale e principale è quello di cambiare la città promuovendo politiche di urbanogenesi e stimolando l’amministrazione comunale a muoversi in questo senso.

Continueremo a:
Chiedere “non solo” ciclabili – Quando proporremo un intervento continueremo a parlare sempre di urbanità, di come quello spazio diventerà più vivibile: la ciclabile è uno strumento, non il fine.
Pensare in grande – Basta accontentarsi. Vogliamo una rete ciclabile ambiziosa per tutta la città, integrata con un trasporto pubblico efficiente. Se sembra troppo, perfetto.
È esattamente il surplus di offerta di cui abbiamo bisogno.
Connettere i puntini – Ogni piccola battaglia deve collegarsi alle altre. Una mappa di interventi che dialogano, che disegnano una nuova geografia urbana.
Sperimentare senza paura – Urbanistica tattica, usi temporanei, test. Proviamo, misuriamo, impariamo, correggiamo. Come in un laboratorio.
Costruire alleanze – La mobilità ciclistica non basta. Dobbiamo parlare con chi fa verde urbano, spazi pubblici, partecipazione. L’urbanogenesi è collettiva.

Auguri per un anno migliore
Vi auguro di cuore un 2026 di pace, di solidarietà sociale, di salute, di benessere. Tutte cose che diventano più facili da ottenere quando usiamo di più autobus e bicicletta. Perché una città più ciclabile e con un buon trasporto pubblico è una città più sana, meno inquinata, più equa, dove le persone si incontrano e costruiscono comunità.
È una città dove la pace inizia dalla strada sotto casa, dove la solidarietà nasce dall’incontro quotidiano, dove la salute è nell’aria che respiriamo e nel movimento che facciamo, dove il benessere è nello spazio pubblico che viviamo insieme.

Un invito personale
Vi chiedo una cosa per questo nuovo anno. La prossima volta che uscite, provate a guardare la nostra città con occhi diversi. Non chiedetevi “dove posso parcheggiare”, chiedetevi “dove posso vivere”.
Guardate quella strada troppo larga e immaginate un filare di alberi, una corsia per gli autobus ed una pista ciclabile. Guardate quella piazza piena di auto e immaginate bambini che giocano. Guardate quel marciapiede stretto e immaginate una strada condivisa a 20 all’ora.
Non è utopia. È urbanogenesi. È generare la città che vogliamo, non subire quella che ci hanno lasciato.

E se poi vi viene voglia di darci una mano, di firmare qualcosa, di proporre qualcosa, di partecipare ad una nostra iniziativa, sapete dove trovarmi. Sapete dove trovarci.
Continueremo a pedalare ogni giorno, anche con voi, sempre per la nostra città.

Buon anno!

Filippo Catania
Presidente FIAB L’Aquila