Lo spazio c’è per le piste ciclabili, ma manca la volontà. E l’Intelligenza Artificiale rivela i nostri pregiudizi urbanistici

Un esperimento rivelatore

Ho fatto un esperimento che si è rivelato più illuminante del previsto. Ho chiesto a un software di intelligenza artificiale di aggiungere piste ciclabili a una foto di Via Piccinini, all’Aquila. Il risultato? L’IA ha prodotto un’immagine che la dice lunga sulle priorità che caratterizzano la nostra cultura urbanistica.

Guardando l’elaborazione, si nota immediatamente la scelta operata dall’algoritmo: marciapiedi ristretti, carreggiata allargata per le automobili, e solo dopo – come ho indicato – l’inserimento delle piste ciclabili protette monodirezionali. L’automobile rimane al centro, come sempre.

L’IA è lo specchio della società

Qui sta il punto cruciale: l’intelligenza artificiale non è neutrale. È addestrata su dati prodotti da esseri umani, riflette le scelte progettuali storiche delle nostre città, incorpora i pregiudizi e le priorità che da decenni guidano la pianificazione urbana. L’IA non “ragiona” autonomamente: riproduce ciò che noi le insegniamo.

E ciò che le abbiamo insegnato è evidente: l’automobile viene prima di tutto. Prima dei pedoni, prima dei ciclisti, prima della vivibilità urbana.

La realtà dell’Aquila: uno spreco di spazio

Ma torniamo alla foto originale. Osservatela con attenzione. C’è qualcosa che salta agli occhi: lo spazio non manca.

via Ugo Piccinini a L’Aquila

La carreggiata è ampia, i marciapiedi sono adeguati, e soprattutto ci sono i binari (o le impronte lasciate) della famigerata metropolitana di superficie, ormai un reperto archeologico di un progetto fallimentare, che segnano già un confine naturale per separare in sicurezza auto e biciclette.

All’Aquila disponiamo di appena 17 chilometri di corsie ciclabili. Non piste, attenzione: corsie. Quelle strisce di vernice sull’asfalto che le automobili possono tranquillamente invadere, parcheggiarci sopra, utilizzare per sorpassare. Corsie utili a segnalare la presenza di persone in bici, ma che non offrono una completa protezione a chi pedala, specialmente alle categorie più vulnerabili: bambini, anziani, ciclisti occasionali.

Un progetto fattibile: l’anello di Piazza d’Armi

La realtà è che realizzare una rete di piste ciclabili protette all’Aquila non solo è possibile, ma sarebbe anche relativamente semplice. Lo spazio fisico esiste, la conformazione delle strade lo permette.

Il punto di partenza ideale sarebbe un anello ciclabile intorno a Piazza D’Armi, che fungerebbe da raccordo per l’intera rete cittadina. Da lì, si potrebbero sviluppare arterie ciclabili lungo direttrici strategiche:

  • Via Corrado IV: una proposta che abbiamo già avanzato (guarda questo link) e che collegherebbe zone importanti della città
  • Via Beato Cesidio: più larga, ma con caratteristiche simili a Via Piccinini, perfetta per piste ciclabili monodirezionali protette
  • Via Raffaele Paolucci: probabilmente con una soluzione monodirezionale nel senso di marcia principale

Questi interventi creerebbero un importante raccordo (come lo è per le automobili) della mobilità ciclistica cittadina, rendendo la bicicletta un’alternativa reale e sicura all’automobile per gli spostamenti quotidiani.

Il vero ostacolo: la cultura prima dell’infrastruttura

Il problema non è tecnico, non è economico, non è nemmeno di spazio. Il problema è culturale.

Continuiamo a progettare e pensare le nostre città, e L’Aquila in particolare, mettendo l’automobile al centro. Ogni metro quadrato strappato alle auto viene visto come una perdita, una concessione forzata a minoranze “ideologiche”. Quando invece dovremmo ribaltare completamente la prospettiva.

Le città non sono fatte per le automobili. Sono fatte per le persone. E le persone hanno bisogno di spazi vivibili, sicuri, umani. Hanno bisogno di poter scegliere come muoversi: a piedi, in bici, con i mezzi pubblici, o sì, anche in automobile quando necessario.

Oltre la vernice: cosa significa davvero una pista ciclabile

Quando parliamo di piste ciclabili, non stiamo parlando di linee colorate sull’asfalto. Stiamo parlando di:

  • Sicurezza: una bambina di 10 anni deve poter andare a scuola in bici senza rischiare la vita
  • Inclusività: un anziano deve sentirsi sicuro a pedalare senza competere con SUV da due tonnellate
  • Scelta: un lavoratore deve poter decidere di lasciare l’auto a casa sapendo che arriverà integro in ufficio, con il morale alto, con migliore salute e con il portafoglio un po’ più consistente.
  • Qualità dell’aria: meno auto significa aria più pulita per tutti
  • Vivibilità urbana: strade meno congestionate, quartieri più silenziosi, spazi pubblici più godibili e…traffico più scorrevole!!!

La lezione dell’IA

In questa occasione l’intelligenza artificiale ci ha dato una lezione involontaria, ma preziosa. Ha agito come uno specchio, riflettendo le storture della nostra pianificazione urbana.

Ma a differenza dell’IA, noi esseri umani possiamo fare scelte diverse. Possiamo decidere che le nostre città meritano di meglio. Possiamo smettere di ottimizzare ogni centimetro per il passaggio delle automobili e iniziare a progettare per la qualità della vita.

Un appello alla politica locale

All’Aquila, città ancora in periodo post-terremoto (ce lo vogliamo scrollare di dosso dopo 16 anni?), abbiamo un’opportunità unica. Possiamo scegliere che città vogliamo essere. Possiamo decidere se rimanere ancorati a un modello di mobilità del secolo scorso o se abbracciare una visione più moderna, sostenibile, umana.

Lo spazio c’è. Le soluzioni tecniche esistono. I benefici sono documentati da centinaia di esempi in Italia ed in tutta Europa.

Manca solo la volontà politica.

E forse, anche questo esperimento con l’intelligenza artificiale può servire da stimolo: se persino un algoritmo riproduce i nostri errori, è ora di correggerli alla fonte. È ora di riprogrammare non l’IA, ma il nostro cervello, il nostro modo di pensare le città.
Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai, come recita il titolo del libro (da leggere) di Matteo Motterlini